Quando l’AI fa il colloquio all’AI, chi sta assumendo chi?

Qualche tempo fa mi ha chiamato un cliente. Aveva la voce di chi non sa bene cosa ha appena visto.
“Luca, le risposte ai test dei candidati sono tutte uguali.”

Non erano copiate l’una dall’altra. Era peggio: l’azienda aveva fatto scrivere le domande a un’intelligenza artificiale e i candidati avevano fatto scrivere le risposte a un’altra.

È stato un colloquio perfetto. Solo che dentro non c’era nessuno.

Due algoritmi si parlavano e si davano ragione a vicenda. Nel frattempo era sparita l’unica cosa che conta davvero quando inserisci qualcuno in un team: la persona. Il cliente ha fatto la scelta più saggia. Si è fermato e ci ha chiesto di prendere in mano il processo.

L’AI non è una scorciatoia verso la qualità

La lezione è semplice, e scomoda.

Se selezionatore e candidato usano lo stesso strumento, il vantaggio tecnologico si annulla e si torna al punto di partenza. A quel punto conta solo quello che una macchina non sa imitare e che un candidato non può delegare a una chat:

  • l’orecchio per cogliere un silenzio che dice più di una risposta;
  • il metodo: un processo costruito per mettere alla prova il ragionamento, non il copia-incolla;
  • l’incontro, l’unico momento in cui emergono la cultura, l’attitudine e la competenza vera.

Trovare candidati è facile, riconoscere quelli veri no

Oggi chiunque può sembrare perfetto sulla carta, basta un buon prompt. Per questo il nostro mestiere è cambiato: trovare candidati è diventato facile, riconoscere quelli veri no.

La tecnologia ci fa andare più veloci sul superfluo. La scelta, per fortuna, resta una questione tra persone.

E a voi è già capitato di “intervistare un algoritmo”?

Luca Lovati, Managing Partner – Lovati & Associati